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03/07/2013

Obama il verde? Una lettura critica

Nell’ultima settimana abbiamo letto notizie incoraggianti riguardo l’impegno dell’amministrazione Obama verso tematiche ambientali. Dall’approvazione del Climate Action Plan (CAP) per affrontare i cambiamenti climatici al supporto delle popolazioni africane per combattere il bracconaggio di animali in via di estinzione, sembra che anche gli USA si vogliano impegnare maggiormente per preservare il pianeta su cui viviamo.

Ma è davvero così? Siamo andati oltre il giustificato entusiasmo della prima ora per capire in che cosa consistano questi provvedimenti amici dell’ambiente. In particolare, ci siamo soffermati sul CAP.

 

Il Climate Action Plan: pro e contro

Dopo anni di negazionismo repubblicano sui cambiamenti climatici (gli USA non hanno mai ratificato il Protocollo di Kyoto) e dopo un primo mandato democratico al di sotto delle aspettative, sentire un presidente statunitense parlare di efficienza energetica, raddoppio delle energie rinnovabili entro il 2020, taglio di sussidi alle fonti fossili e imposizione di limiti stringenti alle emissioni di CO2 che di fatto mettono fuori gioco le centrali a carbone, ha suscitato l’entusiamo dell’intero panorama ambientalista mondiale. 

Tuttavia, leggendo con attenzione si trovano punti un po’ controversi che sottolineiamo in modo che ci si possa fare un’idea più completa sull’argomento:

 

  • Gas di scisto e fracking: l’amministrazione Obama intende puntare su questa fonte fossile per rilanciare la produzione di gas naturale. Questa è una scelta ambientalmente non sostenibile sotto diversi aspetti: innanzitutto, la tecnologia del fracking (qui per saperne di più) inquina le falde acquifere e provoca scosse di terremoto nella zona di estrazione. Inoltre, secondo uno studio pubblicato su Climate Change, le emissioni di metano provocate da questa tecnologia sono superiori del 30% rispetto a un impianto a gas convenzionale. E il metano è un tra i gas serra più pericolosi.
  • Gli USA sono dei grandi estrattori di carbone: avendo posto dei limiti severi alle emissioni delle proprie centrali a carbone, gli USA stanno letteralmente inondando il mercato mondiale del carbone, diminuendone di conseguenza il prezzo. Il prezzo inferiore del carbone sta di fatto rallentando il processo di passaggio alle fonti rinnovabili sia in Europa che nei paesi in via di sviluppo.
  • Esportare le emissioni? Il fatto che, grazie alle loro grandi riserve di gas di scisto, gli USA diventeranno un esportatore netto di gas non farà altro che spostare il problema delle emissioni in un altro punto del globo. Purtroppo il riscaldamento globale, in quanto tale, non è un problema che si può delocalizzare.
  • Il rilancio del nucleare: come se non bastasse, gli USA hanno intenzione di continuare sulla strada dell’energia nucleare, in quanto vista come non impattante in termini di cambiamenti climatici. 
 

Questi punti inducono a essere più prudenti. Anche perché gli impegni assunti dall’amministrazione Obama non rispondono a quanto richiesto dalla comunità scientifica internazionale. Certo, pensare che con un colpo di bacchetta magica gli USA possano diventare il paradiso dell’economia sostenibile è ingenuo. La speranza è che gli USA di Obama, forti di questi primi impegni, si ritaglieranno un ruolo da protagonista positivo durante le prossime trattative volte a delineare un trattato vincolante che dia un seguito al Protocollo di Kyoto.